È un’esperienza in cui utilizziamo il minor numero possibile di intermediari: un solo mediatore: Gesù, il Signore; un solo maestro: lo Spirito che dimora in noi; un solo cibo: la sua Parola e l’Eucaristia; e di tutto il resto: niente o quasi niente. L’esperienza del deserto è racchiusa in queste parole di San Giovanni della Croce:
“Il Padre ha pronunciato una sola parola, che era suo Figlio, e questa parola parla sempre in eterno silenzio, e nel silenzio deve essere ascoltata dall’uomo” (Detti di Luce e Amore (Madrid) 99).
In San Carlo de Foucauld si assiste a un’evoluzione, dalla stesura delle prime Regole nel 1896, in cui concepiva la vita dei suoi fratelli come “Eremiti” per “il grande raccoglimento in cui devono vivere, anche quando sono in molti”, alla sua esperienza di Béni-Abbés e Tamanrasset, dove cercò spesso la solitudine, sia nel suo eremo che in qualche momento dei suoi viaggi nel deserto.
Fratel Carlo racconta la sua esperienza:
“È necessario attraversare il deserto e rimanervi per ricevere la grazia di Dio. È lì che ci si svuota e ci si distacca da tutto ciò che non è Dio, svuotando completamente quella piccola casa della nostra anima, per lasciare tutto lo spazio unicamente a Dio… È indispensabile. È un tempo di grazia. È un tempo attraverso il quale ogni persona che desidera portare frutto deve necessariamente passare; perché questo silenzio, questo raccoglimento, questo oblio di tutta la creazione è necessario affinché Dio stabilisca il suo regno nella persona, formando in essa lo spirito interiore; la vita intima con Dio nella fede, nella speranza e nell’amore” (Lettera, 19 maggio 1898).
Sia per i tempi di deserto che per i tempi in cui siamo visitati dalla notte oscura, attraverso vari eventi e situazioni, valgono le parole che Fratel Carlo di Gesù scrisse a proposito del Salmo 10:
“Il deserto… è pieno di grazie infinite e sublimi… In esso, Dio stesso ci nutre e ci riveste; in esso, tutti i nemici sono miracolosamente sconfitti, a patto che si sappia pregare e obbedire alla guida di Dio; in esso, Dio è sempre con noi, in mezzo a noi, parlandoci e guidandoci costantemente… in esso, Dio ci pone in uno stato di purezza e santità, facendo di noi il suo popolo eletto, che cammina e vive nella piena luce, nella conoscenza di Lui, nel suo amore e nella sua obbedienza, sotto la sua guida.”
Il deserto come realtà esistenziale, come solitudine e sradicamento, come vuoto e disorientamento, non si limita in Charles de Foucauld, come del resto lo è in ogni essere umano, esclusivamente agli anni in cui ha condiviso la sua vita con i popoli nomadi del Nord Africa nel deserto algerino. I deserti della vita, infatti, lo hanno colpito duramente dall’infanzia fino praticamente all’età adulta biologica. Inoltre, il periodo storico in cui visse fu costellato di sconvolgimenti, guerre ed esili, che gli causarono sradicamenti emotivi e rotture, mettendolo di fronte alla durezza della vita e costringendolo a ricominciare da capo. Va notato, tuttavia, che fu privilegiato per nascita e istruzione: studente delle scuole gesuite, entrò poi nell’accademia militare per continuare la tradizione di famiglia.
Il deserto è un luogo, uno spazio. È il tempo che il Signore ci dona gratuitamente; non il tempo che gli offriamo noi. Siamo abituati a trascorrere un giorno nel deserto ogni mese, ma è anche una situazione della vita che può durare non solo un giorno, ma settimane o mesi.
È bene iniziare il deserto coltivando il silenzio interiore, eliminando il rumore interiore, anche se ci sorprende ripetutamente durante il giorno. Dobbiamo svuotarci, mettendo a nudo il nostro cuore davanti a Dio, presentandoci a Lui vuoti, affinché Lui, e solo Lui, ci riempia. I discepoli sulla strada di Emmaus non camminavano nel deserto: erano pieni di rumore interiore. Solo quando impararono ad ascoltare Gesù lo riconobbero.
Per calmarci, può essere utile iniziare ripetendo una breve preghiera, sia dalla Bibbia (“Eccomi, Signore, per fare la tua volontà”, “Parla, Signore, perché il tuo servo ascolta”, “Signore, tu sai tutto; tu sai che ti amo”…) o qualche espressione personale. Il silenzio esteriore è importante: lasciamo che i suoni della natura siano uno spazio di contemplazione, così come la luce del sole, la luna, le stelle, il freddo o il caldo, la campagna, le montagne, il mare, le piante. Questi sono spazi contemplativi, ma non oggetti della nostra poesia o ammirazione. Solo nel silenzio possiamo ascoltare Dio: “La condurrò nel deserto e le parlerò con tenerezza”. Il deserto è ricerca, non fuga: cercare e lasciarsi condurre da esso, abbandonarsi alla propria guida.
Fratel Carlo vive nel deserto perché la sua vita è una continua ricerca; un discepolo di Emmaus il cui compagno era lontano. San Carlo de Foucauld sa ascoltare Dio e vive perpetuamente innamorato di Lui. Il deserto non è adorazione, ma ricerca e ascolto. Per questo, Fratel Carlo farà dell’Adorazione il momento dell’incontro d’amore con Gesù, l’amato, e lo spazio perfetto per l’unione con Lui.
Chi vive veramente il deserto non cerca una terapia, né cerca di aumentare la propria autostima, di fare una gita di un giorno o di trovare la pace dentro di sé o nella natura. Possiamo tornare dal deserto più preoccupati o inquieti di quando ci siamo andati. “Quando Dio parla, restiamo senza parole” (José Sánchez Ramos). Possiamo dire poco o niente: solo contemplare, sentirci amati da Lui.
Nel deserto, smettiamo di essere egocentrici, per non cadere nell’atteggiamento del fariseo: “Ti ringrazio, Signore, perché non sono come gli altri uomini…”. Il deserto è il luogo in cui Dio ci insegna a valorizzare di più noi stessi e a valorizzare ancora di più gli altri quando li incontriamo di nuovo. Il vero frutto del deserto si nota nella vita, quando diventa un problema, quando è gioia e felicità, come i piccoli semi che si trovano nella terra o nella sabbia del deserto e che generano piante verdi e belle quando piove.
Nel deserto possiamo trovare grande pace o grande disagio: confrontarci con la realtà può spaventarci e rischiamo di trasformare il deserto in una via di fuga. Solo se apprezziamo l’amore di Dio, che ci ascolta, perderemo le nostre paure e troveremo il nostro equilibrio. “Nulla vi turbi, nulla vi spaventi. Dio non cambia mai; tutto passa. La pazienza ottiene tutto. Chi ha Dio non manca di nulla. Dio solo basta” (Teresa d’Avila). E così la nostra speranza si rafforza.
Il deserto non è il luogo per scrivere le nostre memorie o i nostri pensieri, anche se pieni di fede e buoni sentimenti. Né è per leggere, né la Bibbia né i testi spirituali. Né è per pregare, né il rosario né la Liturgia delle Ore. È tempo donato gratuitamente al Signore, solo per Lui, non per noi stessi. Leggere, pregare e scrivere possono essere fatti in altri momenti. Una buona esperienza nel deserto ci aiuterà in seguito a prepararci per una buona Revisione della Vita o a prendere decisioni che prima non ci erano chiare.
Nel deserto, sperimentiamo la presenza di Dio al di là dell’Eucaristia e dell’elemento umano: la Sua vicinanza, persino il Suo abbraccio. Solo questo, in un atteggiamento di ascolto e ricerca, è ciò che conta veramente. È così che il Signore ci parla, con il linguaggio del Dio Amore che guarda i Suoi figli con tenerezza, senza rancore, recriminazioni o rimproveri.
Assaporiamo anche il mondo materiale: il nostro corpo, ciò che ci circonda, il cibo e l’acqua che portiamo o troviamo, come un grande dono. Anche l’atto del mangiare dovrebbe essere contemplativo, percependo che il cibo è natura creata da Dio, che ci nutre. “In quell’arancia, in quella mela, c’è il mondo” (José Sánchez Ramos). E l’acqua, opera di Dio, disseta, ci rinfresca e ci purifica. Pertanto, è bene mangiare e bere lentamente. Dovremmo portare solo il necessario, né troppo né troppo poco, per non preoccuparci di rimanere senza, affinché la mancanza d’acqua non ci causi ansia se fa molto caldo.
Non andiamo nel deserto per mortificarci o immolarci, né per trovare il nostro conforto. Non è una breve vacanza. Andiamo per cercare Dio, per ascoltare la Sua voce, per godere della Sua presenza. Tutto questo ci avvicinerà in seguito agli altri.
(Selezione di testi di Manuel POZO e Aurelio SANZ)
“IO SONO IL CENTRO DI TUTTE LE CIRCONFERENZE”
Ibn Arabi
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