Come un’oliva abbandonata. Fratel Oswaldo, jc

Charles de Foucauld è stato beatificato da papa Benedetto XVI il 13 novembre 2005 e ora siamo tutti in attesa di conoscere la data per la canonizzazione. La raccolta delle olive in questo periodo dell’autunno luminoso mi ha ispirato a condividere queste righe.

Frère Charles ha trascorso gli ultimi anni della sua esistenza a Tamanrasset, nel profondo sud del Sahara, dove si arrivò l’undici agosto 1905 fino alla morte, ivi avvenuta il 1° dicembre 1916. Sono stati anni ricchi di esperienze e incontri con i Tuareg presso i quali ha “gridato il vangelo con la vita”, vivendo la quotidianità nella sua nuova “Nazaret”. È stato un tempo di intenso lavoro epistolare e intellettuale, ma sono stati anche anni di prova e di sofferenza. Durante l’inverno 1907-1908, infatti, si era ammalato gravemente. Desiderava tanto avere dei compagni, ma non c’erano speranze. La malattia e la solitudine appesantirono l’anima di fr. Charles fino a fargli prendere consapevolezza del suo personale fallimento, avvertendo un senso di inutilità. Il suo stato d’animo era pessimo. Una lettera del 1° gennaio 1908, all’abbé Huvelin suo padre spirituale, è tra le più tristi che conosciamo:

«Padre amatissimo… non occorre che io mi raccomandi alle sue preghiere: lei conosce le mie miserie e sa quanto ho bisogno delle sue preghiere. Sono più di ventuno anni che mi ha ricondotto a Gesù e che è mio padre, quasi diciotto che sono entrato in convento: ho ormai cinquanta anni di età: quale messe dovrei aver raccolto per me e per gli altri! Invece mi trovo nella miseria e nella privazione e agli altri non ho procurato il minimo bene… Poiché dai frutti si conosce l’albero, posso sapere ciò che sono. Preghi dunque per il suo figliolo così povero e indegno».

Pur avendo superato la crisi dell’inverno 1907-1908, la situazione non volta pagina dal punto di vista umano. Il 1910 è stato l’anno dei lutti dolorosi: a pochi mesi di distanza muoiono il Prefetto Apostolico, mons. Guérin e l’abbé Huvelin. È come se avesse perso prima un fratello e poi il proprio padre. In questo clima generale, comprendiamo la lettera del 1° settembre 1910 alla cugina Marie de Bondy:

«La solitudine aumenta. Ci si sente sempre più soli al mondo. Alcuni sono partiti verso la Patria, altri vivono sempre più appartati da noi; ci si sente come l’oliva rimasta sola in cima a un ramo, dimenticata dopo la raccolta; nella nostra epoca questo paragone della Bibbia torna spesso alla mente… Ma Gesù resta: Gesù, lo Sposo immortale che ci ama come nessun cuore umano è capace di fare; resta adesso, resterà sempre. Ci ha sempre amati, ci ama in questo istante, ci amerà fino al nostro ultimo respiro; e se non respingiamo il suo amore, ci amerà eternamente. “Caritate perpetua dilexi te, miserans”»…

Un’oliva che il Divino Agricoltore ha trascurato di portare al frantoio dell’apostolato e dalla quale perciò non uscirà la più piccola goccia d’olio. L’immagine è affine a quella evangelica tanto cara a fr. Charles del chicco di grano che non diventa spiga perché sotto terra non muore (Gv 12,24). Nel 1911, a Suzanne Perret, scriveva: «Voi siete il chicco di grano caduto in terra che muore per portare frutto… ottenete anche a me di saper morire e portare i frutti voluti dal cuore di Gesù».

La vita di Charles de Foucauld è simile a una parabola evangelica. I frutti sono apparsi dopo la sua morte, e quanta abbondanza! Per quanto riguarda l’Italia, a rischio di tirare un po’ il mantello di Charles, direi che è importante ricordare che proprio nel 1910, mentre il Nostro riteneva di non essere riuscito a combinare niente e quindi di aver sprecato la sua esistenza, veniva al mondo Carlo Carretto (+ 1988), testimone appassionato del cattolicesimo del secolo scorso, colui che qui e non solo, ha fatto conoscere la spiritualità di Charles subito dopo il Concilio Ecumenico Vaticano II, stabilendosi a Spello…

Il messaggio del “fratello universale” è oggi di grande attualità. Come sappiamo, papa Francesco ha citato Charles a conclusione  della sua recente enciclica “Fratelli tutti”.

Ora, lo scorso 7 novembre, il gesuita Diego Fares ha scritto, su «La Civiltà Cattolica», una articolo vivamente consigliato, dove ipotizza che il Papa cita fr. Charles al termine del Documento proprio perché fin dall’inizio l’intera enciclica si ispira alla vita del Fratello universale. «LA FIGURA DI CHARLES DE FOUCAULD HA IN “FRATELLI TUTTI”, UNA GRANDE FORZA TESTIMONIALE», dice padre Fares.

«Il fatto di mettere in risalto la figura di Charles de Foucauld, che presto canonizzerà ha in Fratelli tutti una grande forza testimoniale: raccoglie e attualizza l’eredità di Francesco d’Assisi, sintetizza e incarna il contenuto evangelico che il Papa espone nell’enciclica, e ci interpella in modo concreto là dove è in atto la più grande sfida del nostro tempo.

I due ultimi punti che il Papa dedica esplicitamente al beato Charles sono brevi, ma densi di contenuto evangelico. Francesco mostra come il sogno di de Foucauld, di una donazione totale a Dio e ai fratelli che gli permettesse di riuscire a farsi «fratello di tutti», «fratello universale», il beato lo ha realizzato solo «identificandosi con gli ultimi» (FT 287; cfr 2-4). La cosa più importante che ci fa notare il Papa è che non si tratta di un sogno casuale. Esso giunge carico di storia: il sogno del beato Charles è lo stesso che Dio ispirò a Francesco d’Assisi. È un ideale a lungo sognato, un ideale che comporta un cammino di trasformazione anche in noi, fino a farci sentire, come questi santi, fratelli e amici di tutti».
È proprio vero, come sosteneva Romano Guardini, le grandi cose nascono e si sviluppano nel silenzio.

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