Terapia intensiva. Aurelio SANZ BAEZA

Vivo. Il suono monotono del respiratore e delle macchine che mi controllano mi dicono che il mio cuore non si è fermato. Non so quando o come sono arrivato qui. Il mio orologio si è fermato nella mia mente. Ho smesso di vedere passare il tempo in quell’oggetto che mi colloca nel momento e che, ora, non mi serve più. I suoni della mia casa, del mio lavoro, della mia strada, del bar dove prendo un caffè o una birra, sono rimasti su un hard disk che non so se recupererò. Il virus ha reso tutto fuori controllo, mi ha portato via da coloro che amo. Ciò che mi arrivava attraverso i media su come stavano le persone che vivevano la mia stessa situazione, da lontano, è ciò che ora vivo. Come tante cose nella vita, pensi che a te non ti toccherà mai.

Mi rendo conto che ci sono persone che si prendono cura di me; Non li vedo bene, ed è come essere in un’astronave, dove si vedono solo gli occhi attraverso i loro occhiali di sicurezza e gli scherrmi che li proteggono da me, simile a quello che uso nel mio lavoro. Sono un pericolo, un pericolo che richiede la molta attenzione e, credo, molto affetto, anche se non mi hanno conosciuto prima. Non conosco i loro nomi, né la loro voce mi arriva chiara – anche sempre senza pretese – ed io non capisco cosa mi dicono. Lascio fare loro. Non posso muovermi e non voglio muovere nemmeno un dito.

Non so se è giorno o notte. Mi mettono a faccia in su e a faccia in giù ogni tanto, un tempo che non so contare. Sono molto rilassato, non sento il contatto del mio corpo con niente. Quando apro gli occhi, so che c’è qualcuno vicino attendendomi. Vorrei dire “grazie”. Ciò vuol dire essere sedato. Non mi sono mai sentito così, ed è anche piacevole, perché non provo dolore, né tristezza, né alcuna preoccupazione per me.

Respiro e ringrazio quella macchina che permette alle cellule del mio corpo di ossigenarsi, che il mio cervello rimanga attivo, anche al rallentatore. La verità è che qui si sta bene.

C’è qualcosa che mi accompagna nei momenti in cui posso pensare e sentire: le persone fuori dall’ospedale e come saranno preoccupate per me. Ho mia moglie, che mi ha dato tre figli meravigliosi, anche se il più piccolo, quattordici, ha l’età di pavone e diventa insopportabile. Sicuramente gli manco, soprattutto ora che ha un piede ingessato e sono io che lo porto all’Istituto. Ogni anno, si rompe giocando a calcio, o cadendo dalla bicicletta o saltando come un canguro. Questo ragazzo si rompe dappertutto. Il mio figlio maggiore, al primo anno di università, a cuii ho dato tutto per farlo studiare e incoraggiandolo quando voleva gettare la spugna e cercare un lavoro. E in questo abbiamo lasciato la pelle entrambi. Ma la mia memoria mi sta venendo meno. E poi c’è mia figlia, quella di mezzo, il mio occhio destro, quella che mi coccola quando mi vede preoccupato, quella che ancora si siede accanto a me e appoggia la testa sul mio petto, senza dire niente, perché è la mia figlia. Quando litigo con mia moglie, che tollera i miei sbalzi d’umore ed è la prima a mettere pace. Mi rendo conto di quanto sono fortunato, perché è nei momenti difficili quando le persone mostrano il loro valore, e poi lei mi fa sentire il valore umano di chi siamo, quello che siamo entrambi, non solo io. E torniamo a sorridere.

I miei amici, i miei colleghi dell’autofficina, mia madre che, anche se più grande, ha la testa molto ben arredata e, come dico scherzosamente, ci seppellirà tutti. Il parroco della mia parrocchia, confidente e quasi amico, preoccupato per gli altri e, sì, molto prete, ed è lì che ci scontriamo. Viene sempre a far controllare il suo veicolo, mentre mi aiuta a controllarmi. A entrambi manca un vite. Quante cose direi loro, e ora non mi viene in mente niente. So solo che sono lì.

Proprio come mi vengono in mente le persone che amo, anche a me viene in mente qualcosa che mi ha aiutato in quel momento a valutare di più gli altri e ad apprezzare l’amore di Dio, perché sono un credente – questo mi è chiaro ora – e sebbene la mia fede non sia molto forte, mi ha riempito del desiderio di fidarmi di Dio, di fidarmi di lui anche se ho tante diffidenze anche in me stesso. È la Preghiera di Abbandono di Charles de Foucauld, che mi è arrivata in un immagine con la sua foto, fatta da un venerabile nonno, anche se non più grande, che mi ha regalato il mio prete. Quando ho letto la frase, non credevo nemmeno a quello che diceva. Non la so a memoria, ma cerco di farla tutti i giorni, e molte volte mia moglie ed io preghiamo con quei sentimenti che sono nati da un uomo che era un seguace di Gesù, che non doveva essere molto famoso o molto santo , perché pochi lo conoscono, ma sono sicuro che è un vero uomo di Dio, pazzo e sognatore, perché Gesù ci contagia con le sue follie, saltando gli schemi e parlando del Regno. Questa preghiera mi ha fatto molto bene e c’è un’eco di tutto ciò in quello che sto vivendo ora.
E qui, in terapia intensiva, scopro che il cuore della mia fede non si è fermato, che il silenzio, di fronte ai rumori di ogni giorno, è una gioia lasciare che Dio ti parli, che il virus non mi ha separato da lui…

Scopro e sento che gli occhi di Dio mi guardano con grande amore, non mi osservano, ma mi coprono con il loro sguardo. Vorrei dire agli assistenti, alle infermiere, al medico, che più volte viene a visitarmi, che essi sono gli occhi di cui ho bisogno, e che anche a loro Dio li guarda con tenerezza, e che la sua diagnosi è che hanno un cuore d’oro.

E non ho bisogno di sentire la voce di Dio. Mi piace di più il suo silenzio, sapendo che sono senza parole davanti a lui. Perché dire qualcosa? Lui sa tutto e lo ringrazio per averlo incontrato e perché non ha mai smesso di volermi bene. Mi sono lasciato fare da Lui, anche se tante volte nella mia vita ho resistito, mi sono scusato, mi sono giustificato facendo solo la mia volontà.
Vedo Dio vicino, conosce me e le persone che stanno come me o peggio di me in questo ospedale. Non sento che mi tocca, ma sento che cerca la mia presenza. Molte volte voglio mettermi alla presenza di Dio, ed è Lui che vuole essere presente, senza chiamarlo, senza aspettare il turno per essere assistito. Perchè non mi ero accorto prima? Bisogna essere quasi in coma per questo? Dio mi stupisce sempre, anche così come sono ora e contento di non perdere la capacità di sorprendere. È un segno che non sto così male. Quasi sto bene qui, come Pietro sul monte, senza la fretta di scendere, assaporando il momento presente come se fosse l’unico.

Pensando ai miei figli, penso e sento che sono il figlio di un Padre che non mi lascia quando mi allontano da lui, che da la vita per me e per l’umanità, che tollera tutte le cose negative che ho senza sbattermi in faccia quello che fa per me. Mi aiuta a portare il gesso sulle braccia o sulle gambe e rimuove il gesso dal mio cuore, finché non mi fratturo di nuovo.

Pensando a mia moglie, alle sue qualità, siamo ancora innamorati come il primo giorno, vedo Dio fare il suo prezioso lavoro per gli altri e scopro che lei è per me lo strumento per avere pace, per poter educare insieme i nostri figli, per capirci con lo sguardo e per perdonarci i nostri errori. È qualcosa che non può essere valutato con le parole, i risultati o la morale di storie stupide. Se abbiamo litigato, dopo un po’ ci guardiamo negli occhi, senza battere ciglio, e cominciamo a ridere. È quello che, credo, ora Dio fa con me quando mi perdona.

Credo che la risata di Dio sia contagiosa per chi sa essere grato, anche questo o quello se non capisce niente di ciò che è capitato nè perché è successo questo o quello . È sufficiente sentire che Lui è lì.

Non so se quello che mi passa per la testa è preghiera o solo riflessione personale, se seguo lo schema per pregare come Dio comanda o se sono io ad improvvisare. Credo che sia il cuore che parla, e che avrà una risposta. Quindi ho fiducia, perché come Padre non ha mai smesso di fare terapia intensiva con me e con tutta l’umanità.

Aurelio SANZ BAEZA

(Boletín Iesus Caritas 211. Revisione della traduzione italiana: Mario MORICONI)

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2 Replies to “Terapia intensiva. Aurelio SANZ BAEZA”

  1. Que relato más verdadero . Aurelio así es la vida y mucho mejor si confiamos en Dios.
    Gracias

  2. Me ha llegado como un soplo de viento fresco este relato de Aurelio. En un mundo que ha perdido el sentido de lo esencial y anda tonteando con todo lo accesorio, este relato me vuelve a recordar que las cosas importantes siguen ahí y que son las que hay que cuidar.
    Gracias, Aurelio, por haberme hecho llegar a través de tu relato esos sentimientos sinceros que son los que llegan al corazón.